“Il giardino è artificio rispetto ad un’idea di natura naturale,
è natura rispetto alla città artificiale.”
(tratto da un articolo di Valeria Scavone, docente universitario, pubblicato su AF)
A parlare troppo di verde e di natura si rischia, oltre che di stancare, di sembrare sognatori sempliciotti.
Io vivo in un paese di una piccola provincia, lavoro con le aziende agricole, vado per campi, è normale per me vedere il mio giardino come un angolo troppo piccolo di paradiso e aspirare a vivere in luoghi più ampi e incontaminati.
Lo scarico delle auto lasciate accese sotto le mie finestre da fumatori maleducati che si attardano a prendere le sigarette alla tabaccheria davanti casa, appesta la mia aria.
Mi entusiasma l’idea di vivere in un bosco,
indossare abiti di tessuto naturale tinto con estratti vegetali,
avere mobili di legno non trattato,
intonacare ed imbiancare le pareti con materiali non sintetici e così via.
Se però provo ad immaginare, sulla base delle mie brevi e rare esperienze metropolitane, come è la vita in una grande città, in perenne corsa, nel traffico, con lo sguardo fisso all’orologio, … tanto parlare di verde mi fa sorridere.
Forse a tutti piacerebbe una casetta nel bosco ma poi? il lavoro, gli uffici, le banche, gli affari, l’economia globale, le comunicazioni, insomma il progresso, dove lo mettiamo?
Da un certo punto di vista le grandi città sono invivibili ma davvero potremmo farne a meno?
Tornare quasi all’età delle caverne può esser bello finché rimane un sogno, per poi risvegliarsi nel caos cittadino e a quel punto il giardino non è più un compromesso ma il sogno che continua.
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