lunedì 29 marzo 2010

Albero vero o albero finto?

Parliamo dell’albero di Natale? No, siamo a Pasqua, parliamo di parchi cittadini.

Quand’ero ragazzina si diceva che un giorno non si sarebbe più coltivato nulla e che avremmo mangiato solo pillole; purtroppo non sembrava una cosa impossibile visto che (così si diceva) gli astronauti già lo facevano. Sono passati molti anni e l’agricoltura, bene o male, ancora esiste ma effettivamente è minacciata su ogni fronte. Oltre quanto detto nei precedenti post, ecco che in una newsletter trovo il seguente articolo:

“Dalla Gran Bretagna un esempio di spreco in nome dell'ecologia.
In Gran Bretagna si starebbero per piantare 100.000 esemplari di “alberi finti” che sarebbero in grado di eliminare le emissioni di auto, bus e camion del Paese. Peccato che non abbiano le stesse caratteristiche di ancorare il suolo dove ce n'è bisogno, di ricoprire di verde le colline franate, di ridare vita ai terreni improduttivi, peccato costino circa 17.000 euro l’uno invece che i miseri 2,50 euro compreso di messa a dimora.
Con il costo di un albero finto, che assorbe 1000 volte CO2 di uno vero, se ne comprano 6.800 veri, quindi con lo stesso costo, con i veri ho sei volte di più l’effetto desiderato. Resta solo da fare i complimenti alla capacità dei venditori dell’industria che li produce.”
(dal sito http://culturadelverde.imagelinenetwork.com- In redazione: M.C.)

Che cosa aggiungere? Che usare alberi finti manderebbe in rovina l'intero comparto vivaistico, uno dei pochi settori dell'agricoltura (soprattutto italiana) che ancora resiste sul mercato?

lunedì 22 marzo 2010

Agricoltura e nuova economia

Non serviva la crisi economica attuale per mettere in difficoltà l’agricoltura.
Nei miei ricordi l’agricoltura italiana è  sempre stata in crisi. Addirittura pare che i Governi cadessero ogni volta che si affrontava la questione per cui si affermò la convinzione che parlare di agricoltura portava sfortuna e i governanti smisero di discuterne (non so datare questo aneddoto, ricordo di studi universitari,  perché di politica non mi sono mai interessata).
E intanto l’agricoltura andava peggio.

La nascita della Comunità Economica Europea portò con sé i finanziamenti per l’attività agricola.
Tuttora esistono quei finanziamenti, che col tempo hanno assunto la veste di assistenzialismo per attività senza futuro.
Per quanto buone fossero le intenzioni dei promotori, i risultati hanno certamente deluso le aspettative.

Oggi si dice agli agricoltori che devono differenziare l’offerta, che l’agricoltura è anche paesaggio, che la conservazione del paesaggio è uno dei “prodotti” dell’attività agricola.

Ma come si traduce questo in soldoni?

Vista la moda attuale di mettere pannelli fotovoltaici su terreni fertili, dovremmo forse smetterla con gli agriturismi (che devono avere superfici coltivate), e realizzare invece centri benessere, punti panoramici e…cartoline!?!?

lunedì 15 marzo 2010

Il fotovoltaico:dove lo metto?

Una delle emergenze dei nostri giorni è quella di trovare fonti energetiche alternative alle classiche; ciò è molto importante per il nostro Paese, in quanto il consumo interno di energia supera di gran lunga le attuali disponibilità nazionali.
Il protocollo di Kyōto ha dato una spinta al processo e grazie all’intervento economico dello Stato è in crescita il numero di persone che, tra imprenditori e privati cittadini, alimentano il mercato di pannelli solari e fotovoltaici.
Anche in questo caso, a mio avviso, si sta operando con i paraocchi e, con lo sguardo fisso all’obiettivo, si è perso di vista l’insieme.

Non so quanto faccia bene mettersi questi generatori di elettricità sopra la testa (penso ai pannelli sui tetti) e ritengo che qualche approfondimento in proposito sia necessario, per sapere a che cosa si va incontro e per valutare l’adozione di misure protettive.

Tuttavia valuto in maniera estremamente negativa anche la scelta delle Amministrazioni locali di concedere la messa in opera di impianti fotovoltaici direttamente sui terreni. Atteggiamento che sta incoraggiando una corsa all'acquisto di terreni da destinare a questo uso da parte di grosse industrie.

Il paesaggio italiano sta cambiando: superfici a specchio soppiantano il verde delle coltivazioni e il marrone della terra lavorata, che invece si spostano sui tetti.

Industriali nei campi e agricoltori sui tetti (vedi post precedenti)!!!!!!!
Non mi sembra proprio che si stia andando nella giusta direzione.

lunedì 8 marzo 2010

- parte II - Quando le buone intenzioni superano ogni aspettativa!

Il problema è certamente complesso.

I prodotti agricoli hanno prezzi alti per i consumatori ma chi ne beneficia non sono certo gli agricoltori.
Per questo da tempo si sta percorrendo la strada della filiera corta e del prodotto di qualità (doc, dop, igt, biologico, ecc…): prodotti certificati, dal produttore al consumatore, ad un prezzo equo per entrambi.
Da tenere presente che produzione di qualità in molti casi implica, non solo un prodotto sano, dalle elevate caratteristiche nutrizionali ed organolettiche, quindi ottenute nel rispetto del consumatore, ma anche un prodotto ottenuto nel rispetto dell’ambiente, con tecniche colturali e di allevamento che tentano di ricostituire un equilibrio naturale, e nel rispetto dei lavoratori, che operano in sicurezza e nella legalità.

Alla luce di questo, in un Paese con colline che il mondo ci invidia, in cui l’agricoltura ha creato paesaggio insieme alla natura, in cui la vita contadina ha segnato la storia, qual è il senso di coltivare sui tetti?

Chi parla di ridurre i costi di produzione forse trascura alcuni particolari:
  • qualsiasi forma di coltura forzata - e coltivare sul tetto è una coltivazione forzata - richiede maggiori costi di produzione,
    • cioè più concimi,
    • più fitofarmaci,
    • impianti per i trattamenti e l'irrigazione con strutture per l'accumulo e il sollevamento,
    • maggiori spese di manutenzione, perchè si opera in un ambiente che non ha un proprio equilibrio naturale e quindi richiede interventi continui, e via dicendo.
  • gli edifici dovrebbero essere progettati per questa specifica funzione del tetto.
E' da tenere presente anche che
un conto è mantenere una pianta in vita, un conto è farle produrre un alimento di qualità.

L’agricoltore lascia la campagna per lavorare in città, fabbrica o ufficio, e coltivare sul tetto?

È assurdo, ridicolo, e non così conveniente come sembra.

lunedì 1 marzo 2010

- parte I - Quando le buone intenzioni superano ogni aspettativa!

Vorrei proseguire questo blog con gli articoli che mi hanno ispirato nella scelta dell’impostazione del blog stesso. Ecco il primo.
Sono un’appassionata di verde e natura ma quando ho letto di “approvvigionamento di cibo dal tetto” mi è sembrato davvero troppo.


Avrete sentito parlare di verde verticale: piante, generalmente erbacee, su appositi substrati, che ricoprono pareti e tetti degli edifici.

Queste avrebbero diverse funzioni: isolamento termico e acustico degli ambienti interni, migliore gestione dell’acqua piovana, ridotto inquinamento atmosferico, miglioramento della salute fisica e psichica dell’uomo; qualcuno a questo vuole aggiungere anche produzione di cibo: vegetali e, applicando la tecnologia acquaponica, pesci, per avere cibo fresco in città a basso costo.

Le grandi metropoli sono agglomerati di acciaio e cemento, in cui l’essere umano sembra essere uno dei minuscoli ingranaggi di una realtà cibernetica. È comprensibile che si voglia portare in ambienti così stressanti e impersonali un po’ di verde, colore che induce alla calma, materia vivente che ci ossigena. Ed è ingegnoso trarre da questa esigenza ulteriori vantaggi, per la preservazione del pianeta e delle sue risorse naturali. In quest’ottica qualcuno avrà pensato che, dovendo mettere delle piante, vale la pena mettere piante che diano un prodotto commestibile. Il pesce è la ciliegina sulla torta.

Domanda: è una proposta accettabile?