lunedì 26 aprile 2010

Le sostanze di riserva del seme

Nel seme sono presenti sostanze di riserva

che verranno usate
        dall’embrione per la germinazione
        e poi
        dalla plantula nelle prime fasi del suo accrescimento.

Le sostanze di riserva dei semi sono
proteine, lipidi e carboidrati,

in percentuali molto variabile nei diversi tipi di seme.

Esse possono essere localizzate nell’embrione stesso - nei cotiledoni -

oppure esternamente ad esso - nell’endosperma -


(segue)

lunedì 19 aprile 2010

Partiamo dal seme

Le piante sono esseri viventi e come tali meritano anche loro rispetto. Potrebbe essere utile a questo scopo sapere qualcosa del loro ciclo di sviluppo.


Partiamo dal seme.

Il seme è un organo quiescente contenente:

  • la pianta allo stato di embrione
  • le sostanze necessarie al suo successivo sviluppo
  • le strutture atte alla sua protezione.
Nel seme maturo l’embrione è formato da:

- una o più foglioline embrionali dette cotiledoni
e
- una porzione assile alle cui estremità si trovano due complessi meristematici

meristema apicale del germoglio detto plumula o piumetta

meristema apicale della radice

ipocotile è la parte dell’asse sotto i cotiledoni

epicotile è la parte dell’asse sopra i cotiledoni










dalla piumetta si origina la parte aerea
                                                                                            
e
                                                     
 dall’apice radicale si origina l’apparato         radicale                                                                  





 della futura pianta
(segue)

lunedì 12 aprile 2010

Salviamo il pianeta .... ma restiamoci coi piedi sopra!

Riepiloghiamo quanto detto finora:

coltiviamo sui tetti per produrre alimenti a basso costo (!!!)
in campagna produciamo paesaggio con grossi girasoli di silicio (pannelli fotovoltaici orientabili)
i parchi cittadini saranno ornati con splendidi alberi finti che assorbono tanta CO2.

No! Non è così che può andare.

Rimettiamo la natura al centro e procediamo alla ridefinizione dei ruoli.

Il ruolo della città

La verità è che abbiamo trasformato le nostre città in ambienti a noi ostili e sentiamo forte il richiamo verso una vita più semplice ed un mondo più naturale, però … non vogliamo perdere le comodità che abbiamo scoperto e conquistato. Penso che la necessità di trovare un compromesso tra questi due bisogni, ci porti spesso verso soluzioni a dir poco discutibili.

La città è fatta di asfalto, cemento, palazzi, renderla vivibile non significa coltivare ovunque!
La città ha ritmi, percorsi e spazi diversi dalla campagna. Il cittadino, inteso come abitante della città, al mattino deve alzarsi presto, accompagnare i bambini a scuola, andare a lavorare; poi riprendere i bambini, fare la spesa, la palestra il parrucchiere, e …. corri, corri, corri! Pensate ci sia tempo e voglia di salire sul tetto a coltivare insalata e pomodori? o si preferisce prenderli al supermercato già puliti e conditi?! 

Altra cosa può essere invece avere molte piante in casa, da godersi finalmente al rientro, che, come vedremo, ci fanno bene in diversi modi.
Bene anche aree verdi e parchi, piccoli o grandi, per i momenti in cui finalmente ci si può godere un pò di relax.

Il ruolo della campagna

Non possiamo dimenticare che i vegetali sono esseri viventi con le proprie esigenze, proprio come noi abbiamo le nostre, e la campagna è l'unico luogo in cui possono soddisfarle.
Inoltre coltivare non è così semplice; o meglio, può essere semplice ottenere una produzione ma può non esserlo conoscere tutte le possibili conseguenze di ogni azione. A questo proposito c'è da dire che spesso gli stessi operatori del settore agricolo si affidano al "sentito dire" o, per esempio, ai soli rivenditori di fitofarmaci per decidere di un trattamento, vale a dire chiedono all'oste se il suo vino è buono!

È dunque importante restituire i ruoli a città e campagna ma anche a professionisti competenti, per il bene e la sicurezza di tutti.
Ancora oggi mi sento dire che l'agronomo è l'esperto di agrumi!

martedì 6 aprile 2010

Latte crudo al distributore? No grazie!

Sull’onda del ritorno al passato ecco l’idea del latte crudo nei distributori automatici.

Ho subito pensato “povero Pasteur!” Considerato il fondatore della microbiologia moderna, ha dedicato una vita allo studio, tra le altre cose, dei microrganismi dannosi alla salute dell’uomo e al modo di combatterli; non a caso si chiama “pastorizzazione” il processo termico applicato ad alcuni alimenti, tra cui il latte, allo scopo di abbattere la carica microbica patogena presente (quella sensibile al calore) e ridurre i rischi per la salute senza compromettere le caratteristiche chimiche, fisiche ed organolettiche dell'alimento.

Tornare a bere latte appena munto è un ritorno al passato estremamente pericoloso e assolutamente immotivato vista l’alta qualità dei prodotti da centrale, freschi e a lunga conservazione.
Quali sarebbero, appunto, le motivazioni di questa scelta?

Da wikipedia: Due sono stati i principali moventi. Da un lato un movimento culturale che ha portato alla creazione di una nicchia di mercato alla ricerca di sapori e procedimenti in qualche modo definibili genuini, sull'onda dei movimenti slow food, della promozione dell’agricoltura biologica, e nella valorizzazione della vita e dell'attività rurale. Dall'altra contenziosi sul margine di guadagno dei produttori primari nella vendita del latte alle centrali, e conseguenti iniziative di commercializzazione diretta.

La prima motivazione è rispettabile ma bisogna accordarsi su che cosa si intende per genuino.

La seconda è molto seria ma non giustifica l’iniziativa. Ci sono investimenti che il singolo imprenditore non può affrontare; per questo sono nate le cooperative, per questo sono nate le centrali del latte cooperative. Purtroppo in Italia prevale una mentalità che ha fatto fallire tutte le forme di aggregazione, quali cooperative e consorzi, specie in alcune Regioni. L’allevatore non può pensare di eliminare l’intermediario “centrale del latte” vendendo latte tal quale; deve invece capire che l’unione fa la forza e che il socio di una cooperativa deve partecipare attivamente alla gestione della stessa nell’interesse di tutti i soci.

Qualche cooperativa e qualche consorzio funzionano in Italia, ma sono ancora casi isolati rispetto alle reali necessità del mondo agricolo.