lunedì 21 giugno 2010

Scegliere gli alimenti: uno sguardo al passato

Una volta non era necessario essere esperti di agricoltura per sapere i periodi di raccolta dei prodotti vegetali perché bastava osservare la merce presente nei negozi. Al massimo c’erano le primizie, che dal sud dell’Italia raggiungevano anche le regioni del nord con un pò di anticipo rispetto alla merce locale.

Fino a qualche anno fa poi succedeva che i gestori di negozietti di frutta e verdura di paese, strabuzzavano gli occhi quando una signora di città, magari sopraggiunta in occasione delle vacanze di Natale, chiedeva dei pomodori maturi in pieno inverno, perché nelle grandi città era già iniziato quel fenomeno che ormai è diffuso ovunque, per il quale in ogni periodo dell’anno si trova veramente di tutto.

Se questo fatto ha dei lati positivi, è sicuramente vero che ha degli aspetti negativi.

Rispettare la stagionalità, ovvero scegliere frutta e verdura tipiche del luogo in cui ci troviamo e della stagione in cui ci troviamo, significa mangiare più sano, infatti un prodotto che per l’area geografica in cui ci troviamo è fuori stagione, è un prodotto che:
  • è stato ottenuto in coltura protetta, soggetto ad un trattamento forzato di maturazione; è meno saporito ed ha un contenuto in elementi nutritivi inferiore al normale
oppure

  • proviene da molto lontano; è stato raccolto acerbo, per sopportare senza danni carico e trasporto, ed è maturato all’interno di un container e non al sole; è meno saporito, è meno nutriente, contiene conservanti
oppure

  • si tratta di una nuova varietà, selezionata proprio allo scopo di ottenere il prodotto in un periodo diverso da quello naturale, generalmente per questioni di mercato. In questo caso bisognerebbe sapere quale strada è stata seguita per ottenere questa nuova varietà, l’incrocio classico o la manipolazione genetica, sulla quale non è ancora stata fatta chiarezza.
 Da quanto detto emerge che rispettare la stagionalità e la tipicità degli alimenti, significa trovare la genuinità.

Da considerare anche che il trasporto incide sul prezzo di vendita e sull’entità del traffico pesante sulle strade.

lunedì 14 giugno 2010

Il verde è accoglienza

Avete una struttura ricettiva, ristorante, agriturismo, sala riunioni, ecc…?

Avete mai pensato che l'ambiente esterno alla struttura è il suo biglietto da visita?

Già dall'esterno, il cliente comincia ad elaborare la sua opinione e a verificare che il luogo risponda alle sue aspettative.

Quanto è fastidioso, per esempio, arrivare in un posto e non capire da che parte si deve andare; o parcheggiare la macchina al sole soffocando al solo pensiero di rientrarci; o lasciarla all'ombra di una pianta e trovarla sporca di resina; o ancora, prendersi una storta a causa della pavimentazione.

La bellezza e la funzionalità dell'esterno dicono al cliente quanta attenzione avete per lui, con quanta benevolenza lo state aspettando.

L'esterno deve essere un invito per l'ospite ad entrare;

deve essere un invito a rimanere,

…..........e deve essere un invito a tornare!

Con un uso oculato, le piante sono uno strumento importante per raggiungere questo risultato.

lunedì 7 giugno 2010

Il verde è salute

Il giardino ha bisogno di cure tempestive, impone di agire, richiede attenzione, richiede concentrazione, quindi tiene la mente occupata, distrae dalle angosce personali, inoltre è un interesse che accomuna, quindi agevola la socializzazione.

Studi scientifici in campo socio-antropologico affermano che occuparsi di un giardino esalta le virtù umane e soprattutto alimenta l'ottimismo e che predisporre la mente ad uno stato di serenità significa infondere positività anche al corpo. Infatti il nostro organismo è un insieme di apparati strettamente connessi tra di loro e non c'è divisione tra corpo e mente, collegati dai circuiti nervosi, ne consegue che curare la mente sostiene la cura del corpo.

Ma non solo!

Avete sentito parlare di inquinanti domestici?

Nelle nostre case gas tossici vengono rilasciati da mobili, pareti, detersivi, poi ci sono fumo di sigaretta, stufe non ventilate, gas di scarico delle automobili; questi, possono provocare dei malesseri, tipo bruciore agli occhi, sonnolenza, cefalea, sinusite, irritazioni cutanee, ecc...Ci sono piante d'appartamento che non temono queste sostanze ma le assorbono, le trasformano in elementi innocui che liberano o le accumulano tal quali nei loro tessuti, purificando gli ambienti. E se il nostro corpo sta bene, anche il nostro umore se ne giova.

Quindi non solo occuparsi di un bel giardino, ricco di profumi e colori che cambiano con le stagioni, ha un effetto positivo sulla psiche e sul fisico, ma anche avere cura delle piante all'interno delle nostre case.

Il verde fa bene alla mente e quindi al corpo - il verde fa bene al corpo e quindi alla mente.

lunedì 31 maggio 2010

Il verde è relax

Nella cultura italiana, la casa è un bene prezioso; si lavora una vita per acquistarne una;

è un bene rifugio, non solo in qualità di investimento economico, ma come luogo in cui ogni persona si ritira, con i propri affetti, i propri interessi, i propri “tesori”, al termine di una giornata faticosa.

La casa ha più valore se è dotata di terrazza o di giardino;

parliamo solo di valore venale?

Pensiamo ad un momento di relax: le piante ci ossigenano; nel linguaggio dei colori, il verde delle foglie è la calma, il giallo e il blu dei fiori sono saggezza e serenità, come il rosso è passione e il viola evoca sensazioni di spiritualità.

E che cosa dire dei profumi? è molto diffusa oggi l'aroma-terapia, a cui rimando.

Godere di un angolo verde in casa non è di certo paragonabile ad una bella passeggiata in campagna o in montagna,

ma per chi vive in città, gli si può avvicinare parecchio.

lunedì 24 maggio 2010

Alimentazione

L’alimentazione è proprio uno di quei temi per i quali è opportuno guardare sia al passato sia al futuro e che quindi ci pone il problema della scelta.

Lo sguardo al passato ci permette di ritrovare i concetti di

stagionalità, tipicità e genuinità.

Il futuro invece ci parla di
sicurezza, igienicità e praticità.

In seguito riprenderemo questi argomenti, precisando che la posizione di equilibrio che stiamo cercando non è unica e valevole per tutti, ma è diversa a seconda delle personali necessità, possibilità e priorità.

Ma solo la conoscenza permette di fare scelte consapevoli.

lunedì 17 maggio 2010

Latte crudo al distributore? Confermo, No grazie!

Se nel primo post sull’argomento avevo solo espresso il mio parere, senza documentarmi sui fatti, adesso posso confermare che ci sono stati diversi casi di malattie riconducibili al consumo di latte crudo, tanto che il Ministro della Salute ha imposto di apporre presso i distributori l’indicazione dell’obbligo di far bollire tale latte prima del consumo.

Ribadisco: “povero Pasteur!”. La bollitura distrugge tutto ciò che di buono c’è nel latte.

È anche vero che il consumatore rimane sconcertato. Di fronte alle frodi alimentari di cui di tanto in tanto si sente parlare e che hanno riguardato anche imprese italiane produttrici di latte, molti avranno pensato che consumare latte appena munto fosse più sicuro; purtroppo non è così!

Ma, se il consumatore certe cose non le sa, gli addetti del settore dovrebbero saperle! E chi ha dato le autorizzazioni, le sapeva?

Disonestà? Incompetenza?
Contro di loro non c’è pastorizzazione che tenga!

Non esistono metodi per liberarcene!

Preferisco pensare che si tratti soltanto di ignorante e nostalgica buona fede (anche se ugualmente pericolosa)!

lunedì 10 maggio 2010

I tegumenti del seme

Il tutto (endosperma ed embrione) è avvolto da uno o più tegumenti.

L’involucro esterno del seme è costituito dai tegumenti seminali e talvolta anche da parti di frutto.

Essi possono essere di diversa natura e consistenza e subiscono varie modifiche durante lo sviluppo del seme.

Il loro compito è conservare il seme e proteggerlo dall’ambiente esterno, quindi svolgono un ruolo molto importante nella germinazione.

Ciò fa si che a volte, per provocare la germinazione, prima che la natura segua il suo corso, sia necessario intervenire con trattamenti opportuni proprio su questi involucri, per romperli ed agevolare la fuoriuscita della piantina.

I trattamenti più usati dai vivaisti, a seconda del seme, sono:

Immersione in acido solforico

Immersione in acqua bollente

Stratificazione nella sabbia

Rimozione della polpa

Rottura meccanica
(segue)

lunedì 3 maggio 2010

La germinazione

Quando un seme maturo viene a trovarsi in adatte condizioni ambientali, cioè
acqua, ossigeno e temperatura
non sono fattori limitanti, abbandona lo stato quiescente e germina.

Il seme è di norma in uno stato fortemente disidratato per cui ha una notevole capacità di assumere acqua.
Con l’imbibizione vengono innanzitutto riattivati gli enzimi attraverso i quali l’embrione può mobilitare le sue riserve.
Inizia così una fervente attività, di reazioni chimiche e divisioni cellulari.

LA FORMAZIONE DELLA PLANTULA

Dopo un certo periodo di tempo che può variare da poche ore ad alcuni giorni, a seconda del tipo di seme e delle condizioni ambientali, il seme, per effetto dell’imbibizione, spacca il tegumento da cui fuoriesce la radichetta, la quale si affonda nel terreno e diventa la radice principale.

Successivamente fuoriesce la parte aerea della pianta.

L’accrescimento di entrambe le parti è dovuto sia alla distensione sia alla moltiplicazione delle cellule.

Distinguiamo:

- semi epigei si sviluppa notevolmente l’ipocotile, i cotiledoni fuoriescono dal terreno, diventano verdi, fotosintetizzanti, e persistono per periodi più o meno lunghi, variabili nelle diverse specie.
La plumula continua a produrre cellule, si allontana dai cotiledoni dando avvio alla formazione del fusto con le sue appendici laterali.

L’asse compreso tra i cotiledoni e il punto di inserimento della prima foglia è detto epicotile.

- semi ipogei l’ipocotile non si allunga molto, i cotiledoni non vengono alla luce; è l’epicotile ad allungarsi tanto fuoriuscendo dal terreno.
(segue)

lunedì 26 aprile 2010

Le sostanze di riserva del seme

Nel seme sono presenti sostanze di riserva

che verranno usate
        dall’embrione per la germinazione
        e poi
        dalla plantula nelle prime fasi del suo accrescimento.

Le sostanze di riserva dei semi sono
proteine, lipidi e carboidrati,

in percentuali molto variabile nei diversi tipi di seme.

Esse possono essere localizzate nell’embrione stesso - nei cotiledoni -

oppure esternamente ad esso - nell’endosperma -


(segue)

lunedì 19 aprile 2010

Partiamo dal seme

Le piante sono esseri viventi e come tali meritano anche loro rispetto. Potrebbe essere utile a questo scopo sapere qualcosa del loro ciclo di sviluppo.


Partiamo dal seme.

Il seme è un organo quiescente contenente:

  • la pianta allo stato di embrione
  • le sostanze necessarie al suo successivo sviluppo
  • le strutture atte alla sua protezione.
Nel seme maturo l’embrione è formato da:

- una o più foglioline embrionali dette cotiledoni
e
- una porzione assile alle cui estremità si trovano due complessi meristematici

meristema apicale del germoglio detto plumula o piumetta

meristema apicale della radice

ipocotile è la parte dell’asse sotto i cotiledoni

epicotile è la parte dell’asse sopra i cotiledoni










dalla piumetta si origina la parte aerea
                                                                                            
e
                                                     
 dall’apice radicale si origina l’apparato         radicale                                                                  





 della futura pianta
(segue)

lunedì 12 aprile 2010

Salviamo il pianeta .... ma restiamoci coi piedi sopra!

Riepiloghiamo quanto detto finora:

coltiviamo sui tetti per produrre alimenti a basso costo (!!!)
in campagna produciamo paesaggio con grossi girasoli di silicio (pannelli fotovoltaici orientabili)
i parchi cittadini saranno ornati con splendidi alberi finti che assorbono tanta CO2.

No! Non è così che può andare.

Rimettiamo la natura al centro e procediamo alla ridefinizione dei ruoli.

Il ruolo della città

La verità è che abbiamo trasformato le nostre città in ambienti a noi ostili e sentiamo forte il richiamo verso una vita più semplice ed un mondo più naturale, però … non vogliamo perdere le comodità che abbiamo scoperto e conquistato. Penso che la necessità di trovare un compromesso tra questi due bisogni, ci porti spesso verso soluzioni a dir poco discutibili.

La città è fatta di asfalto, cemento, palazzi, renderla vivibile non significa coltivare ovunque!
La città ha ritmi, percorsi e spazi diversi dalla campagna. Il cittadino, inteso come abitante della città, al mattino deve alzarsi presto, accompagnare i bambini a scuola, andare a lavorare; poi riprendere i bambini, fare la spesa, la palestra il parrucchiere, e …. corri, corri, corri! Pensate ci sia tempo e voglia di salire sul tetto a coltivare insalata e pomodori? o si preferisce prenderli al supermercato già puliti e conditi?! 

Altra cosa può essere invece avere molte piante in casa, da godersi finalmente al rientro, che, come vedremo, ci fanno bene in diversi modi.
Bene anche aree verdi e parchi, piccoli o grandi, per i momenti in cui finalmente ci si può godere un pò di relax.

Il ruolo della campagna

Non possiamo dimenticare che i vegetali sono esseri viventi con le proprie esigenze, proprio come noi abbiamo le nostre, e la campagna è l'unico luogo in cui possono soddisfarle.
Inoltre coltivare non è così semplice; o meglio, può essere semplice ottenere una produzione ma può non esserlo conoscere tutte le possibili conseguenze di ogni azione. A questo proposito c'è da dire che spesso gli stessi operatori del settore agricolo si affidano al "sentito dire" o, per esempio, ai soli rivenditori di fitofarmaci per decidere di un trattamento, vale a dire chiedono all'oste se il suo vino è buono!

È dunque importante restituire i ruoli a città e campagna ma anche a professionisti competenti, per il bene e la sicurezza di tutti.
Ancora oggi mi sento dire che l'agronomo è l'esperto di agrumi!

martedì 6 aprile 2010

Latte crudo al distributore? No grazie!

Sull’onda del ritorno al passato ecco l’idea del latte crudo nei distributori automatici.

Ho subito pensato “povero Pasteur!” Considerato il fondatore della microbiologia moderna, ha dedicato una vita allo studio, tra le altre cose, dei microrganismi dannosi alla salute dell’uomo e al modo di combatterli; non a caso si chiama “pastorizzazione” il processo termico applicato ad alcuni alimenti, tra cui il latte, allo scopo di abbattere la carica microbica patogena presente (quella sensibile al calore) e ridurre i rischi per la salute senza compromettere le caratteristiche chimiche, fisiche ed organolettiche dell'alimento.

Tornare a bere latte appena munto è un ritorno al passato estremamente pericoloso e assolutamente immotivato vista l’alta qualità dei prodotti da centrale, freschi e a lunga conservazione.
Quali sarebbero, appunto, le motivazioni di questa scelta?

Da wikipedia: Due sono stati i principali moventi. Da un lato un movimento culturale che ha portato alla creazione di una nicchia di mercato alla ricerca di sapori e procedimenti in qualche modo definibili genuini, sull'onda dei movimenti slow food, della promozione dell’agricoltura biologica, e nella valorizzazione della vita e dell'attività rurale. Dall'altra contenziosi sul margine di guadagno dei produttori primari nella vendita del latte alle centrali, e conseguenti iniziative di commercializzazione diretta.

La prima motivazione è rispettabile ma bisogna accordarsi su che cosa si intende per genuino.

La seconda è molto seria ma non giustifica l’iniziativa. Ci sono investimenti che il singolo imprenditore non può affrontare; per questo sono nate le cooperative, per questo sono nate le centrali del latte cooperative. Purtroppo in Italia prevale una mentalità che ha fatto fallire tutte le forme di aggregazione, quali cooperative e consorzi, specie in alcune Regioni. L’allevatore non può pensare di eliminare l’intermediario “centrale del latte” vendendo latte tal quale; deve invece capire che l’unione fa la forza e che il socio di una cooperativa deve partecipare attivamente alla gestione della stessa nell’interesse di tutti i soci.

Qualche cooperativa e qualche consorzio funzionano in Italia, ma sono ancora casi isolati rispetto alle reali necessità del mondo agricolo.

lunedì 29 marzo 2010

Albero vero o albero finto?

Parliamo dell’albero di Natale? No, siamo a Pasqua, parliamo di parchi cittadini.

Quand’ero ragazzina si diceva che un giorno non si sarebbe più coltivato nulla e che avremmo mangiato solo pillole; purtroppo non sembrava una cosa impossibile visto che (così si diceva) gli astronauti già lo facevano. Sono passati molti anni e l’agricoltura, bene o male, ancora esiste ma effettivamente è minacciata su ogni fronte. Oltre quanto detto nei precedenti post, ecco che in una newsletter trovo il seguente articolo:

“Dalla Gran Bretagna un esempio di spreco in nome dell'ecologia.
In Gran Bretagna si starebbero per piantare 100.000 esemplari di “alberi finti” che sarebbero in grado di eliminare le emissioni di auto, bus e camion del Paese. Peccato che non abbiano le stesse caratteristiche di ancorare il suolo dove ce n'è bisogno, di ricoprire di verde le colline franate, di ridare vita ai terreni improduttivi, peccato costino circa 17.000 euro l’uno invece che i miseri 2,50 euro compreso di messa a dimora.
Con il costo di un albero finto, che assorbe 1000 volte CO2 di uno vero, se ne comprano 6.800 veri, quindi con lo stesso costo, con i veri ho sei volte di più l’effetto desiderato. Resta solo da fare i complimenti alla capacità dei venditori dell’industria che li produce.”
(dal sito http://culturadelverde.imagelinenetwork.com- In redazione: M.C.)

Che cosa aggiungere? Che usare alberi finti manderebbe in rovina l'intero comparto vivaistico, uno dei pochi settori dell'agricoltura (soprattutto italiana) che ancora resiste sul mercato?

lunedì 22 marzo 2010

Agricoltura e nuova economia

Non serviva la crisi economica attuale per mettere in difficoltà l’agricoltura.
Nei miei ricordi l’agricoltura italiana è  sempre stata in crisi. Addirittura pare che i Governi cadessero ogni volta che si affrontava la questione per cui si affermò la convinzione che parlare di agricoltura portava sfortuna e i governanti smisero di discuterne (non so datare questo aneddoto, ricordo di studi universitari,  perché di politica non mi sono mai interessata).
E intanto l’agricoltura andava peggio.

La nascita della Comunità Economica Europea portò con sé i finanziamenti per l’attività agricola.
Tuttora esistono quei finanziamenti, che col tempo hanno assunto la veste di assistenzialismo per attività senza futuro.
Per quanto buone fossero le intenzioni dei promotori, i risultati hanno certamente deluso le aspettative.

Oggi si dice agli agricoltori che devono differenziare l’offerta, che l’agricoltura è anche paesaggio, che la conservazione del paesaggio è uno dei “prodotti” dell’attività agricola.

Ma come si traduce questo in soldoni?

Vista la moda attuale di mettere pannelli fotovoltaici su terreni fertili, dovremmo forse smetterla con gli agriturismi (che devono avere superfici coltivate), e realizzare invece centri benessere, punti panoramici e…cartoline!?!?

lunedì 15 marzo 2010

Il fotovoltaico:dove lo metto?

Una delle emergenze dei nostri giorni è quella di trovare fonti energetiche alternative alle classiche; ciò è molto importante per il nostro Paese, in quanto il consumo interno di energia supera di gran lunga le attuali disponibilità nazionali.
Il protocollo di Kyōto ha dato una spinta al processo e grazie all’intervento economico dello Stato è in crescita il numero di persone che, tra imprenditori e privati cittadini, alimentano il mercato di pannelli solari e fotovoltaici.
Anche in questo caso, a mio avviso, si sta operando con i paraocchi e, con lo sguardo fisso all’obiettivo, si è perso di vista l’insieme.

Non so quanto faccia bene mettersi questi generatori di elettricità sopra la testa (penso ai pannelli sui tetti) e ritengo che qualche approfondimento in proposito sia necessario, per sapere a che cosa si va incontro e per valutare l’adozione di misure protettive.

Tuttavia valuto in maniera estremamente negativa anche la scelta delle Amministrazioni locali di concedere la messa in opera di impianti fotovoltaici direttamente sui terreni. Atteggiamento che sta incoraggiando una corsa all'acquisto di terreni da destinare a questo uso da parte di grosse industrie.

Il paesaggio italiano sta cambiando: superfici a specchio soppiantano il verde delle coltivazioni e il marrone della terra lavorata, che invece si spostano sui tetti.

Industriali nei campi e agricoltori sui tetti (vedi post precedenti)!!!!!!!
Non mi sembra proprio che si stia andando nella giusta direzione.

lunedì 8 marzo 2010

- parte II - Quando le buone intenzioni superano ogni aspettativa!

Il problema è certamente complesso.

I prodotti agricoli hanno prezzi alti per i consumatori ma chi ne beneficia non sono certo gli agricoltori.
Per questo da tempo si sta percorrendo la strada della filiera corta e del prodotto di qualità (doc, dop, igt, biologico, ecc…): prodotti certificati, dal produttore al consumatore, ad un prezzo equo per entrambi.
Da tenere presente che produzione di qualità in molti casi implica, non solo un prodotto sano, dalle elevate caratteristiche nutrizionali ed organolettiche, quindi ottenute nel rispetto del consumatore, ma anche un prodotto ottenuto nel rispetto dell’ambiente, con tecniche colturali e di allevamento che tentano di ricostituire un equilibrio naturale, e nel rispetto dei lavoratori, che operano in sicurezza e nella legalità.

Alla luce di questo, in un Paese con colline che il mondo ci invidia, in cui l’agricoltura ha creato paesaggio insieme alla natura, in cui la vita contadina ha segnato la storia, qual è il senso di coltivare sui tetti?

Chi parla di ridurre i costi di produzione forse trascura alcuni particolari:
  • qualsiasi forma di coltura forzata - e coltivare sul tetto è una coltivazione forzata - richiede maggiori costi di produzione,
    • cioè più concimi,
    • più fitofarmaci,
    • impianti per i trattamenti e l'irrigazione con strutture per l'accumulo e il sollevamento,
    • maggiori spese di manutenzione, perchè si opera in un ambiente che non ha un proprio equilibrio naturale e quindi richiede interventi continui, e via dicendo.
  • gli edifici dovrebbero essere progettati per questa specifica funzione del tetto.
E' da tenere presente anche che
un conto è mantenere una pianta in vita, un conto è farle produrre un alimento di qualità.

L’agricoltore lascia la campagna per lavorare in città, fabbrica o ufficio, e coltivare sul tetto?

È assurdo, ridicolo, e non così conveniente come sembra.

lunedì 1 marzo 2010

- parte I - Quando le buone intenzioni superano ogni aspettativa!

Vorrei proseguire questo blog con gli articoli che mi hanno ispirato nella scelta dell’impostazione del blog stesso. Ecco il primo.
Sono un’appassionata di verde e natura ma quando ho letto di “approvvigionamento di cibo dal tetto” mi è sembrato davvero troppo.


Avrete sentito parlare di verde verticale: piante, generalmente erbacee, su appositi substrati, che ricoprono pareti e tetti degli edifici.

Queste avrebbero diverse funzioni: isolamento termico e acustico degli ambienti interni, migliore gestione dell’acqua piovana, ridotto inquinamento atmosferico, miglioramento della salute fisica e psichica dell’uomo; qualcuno a questo vuole aggiungere anche produzione di cibo: vegetali e, applicando la tecnologia acquaponica, pesci, per avere cibo fresco in città a basso costo.

Le grandi metropoli sono agglomerati di acciaio e cemento, in cui l’essere umano sembra essere uno dei minuscoli ingranaggi di una realtà cibernetica. È comprensibile che si voglia portare in ambienti così stressanti e impersonali un po’ di verde, colore che induce alla calma, materia vivente che ci ossigena. Ed è ingegnoso trarre da questa esigenza ulteriori vantaggi, per la preservazione del pianeta e delle sue risorse naturali. In quest’ottica qualcuno avrà pensato che, dovendo mettere delle piante, vale la pena mettere piante che diano un prodotto commestibile. Il pesce è la ciliegina sulla torta.

Domanda: è una proposta accettabile?

lunedì 22 febbraio 2010

Progresso o ritorno al passato?

Nell’era del capitalismo la povertà dilaga e all’economia globale si affianca il riscaldamento del pianeta (quindi anch’esso globale)
I problemi della fame nel mondo e dell’inquinamento crescente trovano una moltitudine di animi sensibilizzati e decisi a rimettere le cose a posto.


Questo è senz’altro un bene ma come spesso accade, per pareggiare una situazione sbilanciata da una parte, ci si pone all’estremo opposto, presentandosi in una posizione contraria ma ugualmente errata

un maggior rispetto per la natura è auspicabile,
salvare il pianeta è indispensabile,
dare cibo sano ad ogni essere umano è moralmente obbligatorio,

ma, anche per questi temi così importanti, non si deve esagerare.

È sostanziale non perdere il contatto con la realtà,
avere cognizione di ciò di cui si sta trattando
e cercare sempre un punto di equilibrio


se si vogliono ottenere dei risultati. Invece si passa da interventi politico-economici poco opportuni ad atteggiamenti di esaltazione che sortiscono un unico risultato:
l’indifferenza generale

Questa indifferenza è infatti il passo che segue alla confusione, alla sfiducia, al dubbio; si riconosce l’esistenza del problema ma poi, tra tanti che urlano “tutto e il contrario”, non conoscendo la risposta giusta, ognuno finisce col pensare che dopotutto la questione non riguarda solo la propria persona, che da soli non si può fare niente e che forse ci sarà qualcun altro che penserà a risolvere tutto. E così continua la vita nel tran tran quotidiano, badando ciascuno agli affari propri e continuando a porsi domande senza avere risposte.