(K. Gibran)
Ho letto tempo fa che il giardino può essere visto come il tentativo dell'uomo di ricucire un rapporto con la natura che egli stesso distrugge con l'urbanizzazione.
In un primo momento l’idea mi è sembrata suggestiva ma poi, pensando anche ai grandi giardini del rinascimento o a quelli dell’ottocento, ho visto un uomo prepotente che vuole relegare la natura in spazi circoscritti, scelti da lui.
E se considero i nostri giardini di città o di paese, mi viene da pensare che il tentativo di ricucitura è un po’ ridicolo.
Poi vedo un centro commerciale, centinaia di metri quadrati di “cemento”, metri cubi di aria condizionata, e nel parcheggio megagalattico, qualche sparuto albero, di una specie resistente all’inquinamento atmosferico, che dovrebbe crescere rigoglioso per dimostrare quanto amiamo la natura, sempre che non ci sporchi le auto e non rovini la pavimentazione.
Di fronte a questa immagine, il tentativo di cui sopra diventa addirittura patetico.
Faccio allora una gita in montagna, in autunno, quando la neve ancora non ricopre le cime e i versanti diventano come la tavolozza di un pittore,
e lassù in alto, quegli abeti, le cui punte si stendono verso l’alto, mosse dal vento….
allora si, concordo col poeta,
e nel silenzio,
odo i versi sublimi che la madre terra innalza verso il cielo.
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